L’Expo a modo mio

Incontri

Un paio di settimane fa il mio amico Gianni, contadino superlativo di Porta Palazzo di cui vi ho già parlato in precedenza nel mio blog, mi ha invitato ad accompagnarlo all’Expo per partecipare alla Giornata dell’Agricoltura Italiana promossa da Coldiretti. La giornata si è svolta ieri. Più di 40000 mani segnate dalla terra, riunite tutte insieme per discutere le problematicità di uno sviluppo agricolo sostenibile; ma certo, anche un’opportunità di divertimento! Non potevo rifiutare.

Migliaia di contadini provenienti da tutte le regioni d’Italia, persone che raramente si concedono una vacanza a causa del richiamo incessante della terra. Gianni per esempio, mentre eravamo in viaggio per Milano, mi ha confessato che per venire all’Expo si era preso il suo primo giorno di ferie dall’inizio dell’anno, il primo da molto tempo in realtà. Eppure non ho letto tristezza nel suo sguardo. Al contrario, il suo sorriso era malizioso e gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che sta per godersi un giro in giostra. Fa riflettere, non è vero?

Ed ecco la cronologia di una giornata che mi ha lasciato il segno. Mettetevi comodi perché la sintesi non mi appartiene quando si tratta di incontri ed emozioni.

Sveglia alle 3 e mezza del mattino, perché l’appuntamento con Gianni era alle 4:15. Ci siamo trovati ad una rotonda buia, umida e deserta illuminata a stento da qualche lampione. Quando sono arrivata lui era già li ad attendermi con uno dei suoi irresistibili cappelli in testa che tanto lo fanno somigliare a Robert Redford. Mi strappa un sorriso questa visione. Lo saluto. Un cane abbaia nella notte e poco dopo ci raggiunge Carlo, soprannominato ‘Carletto’ dai suoi colleghi, forse perché uno dei più giovani contadini di Porta Palazzo.

Siamo in netto anticipo perché il pullman di Coldiretti ci attende a Chivasso per le 6. Così Carlo ci offre un caffé nel suo capannone. E’ surreale sentire una grande moka gorgogliare fra pile di cassette, fieno e trattori. Mi godo questo insolito momento pensando fra me e me che non serve andare sino in Africa per vivere un’avventura.

Alle 5:30 giungiamo a Chivasso. Un attimo dopo arriva il pullman di Coldiretti e a poco a poco spuntano i nostri compagni di viaggio. Siamo i primi a salire, Gianni mi propone di andare verso il fondo perché è lì che normalmente siedono i casinisti. Rido, il suo entusiasmo è sempre contagioso. Ci sistemiamo e infine partiamo. Tempo un minuto e Gianni inizia a presentarmi come la più grande esperta di erbe di tutto il Piemonte, se non d’Italia (esagera sempre), ed è così che mi ritrovo a spiegare a un gruppo di agricoltori che il mio lavoro consiste nel raccogliere le erbe infestanti che loro cercano di debellare con tanto impegno. Devo sembrar loro un’aliena, ma si divertono un sacco a sentirmi dire che con l’amaranto cucino i cannelloni, con il farinello i tajarin e con la portulaca i timballi… riesco persino a convincere uno di loro (Tonino) a farsi degli infusi di erba medica. Bene, mi hanno preso in simpatia!

Arriviamo all’Expo. Attendiamo in fila che aprano i cancelli. Poco alla volta iniziano a comparire gruppi, anzi fiumi di agricoltori con maglie, fazzoletti, cappellini e bandiere gialle, il colore identificativo dei membri di Coldiretti. Il colore del sole, dirà poi Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food) poco dopo nel suo discorso alla platea. Nello stomaco di Expo, un teatro auditorium pensato per le grandi manifestazioni, il fiume giallo inizia a riversarsi; non c’è posto a sedere per tutti, ma tutti trovano un posto in cui sedersi. Io rimango in piedi per ammirare lo spettacolo, mi metto in un angolo perché quasi non oso mescolarmi. Una voce al microfono annuncia a turno l’arrivo dell’Emilia, della Liguria, dell’Abruzzo, del Molise… e tanti altri. Quando arrivano i più lontani, la Puglia, la Calabria e la Sicilia mi emoziono e credo anche gli altri, perché sento che le voci si zittiscono e guardano verso i cancelli, percepisco un sentimento di unità e identità nell’aria, è bellissimo. Penso che molti sono venuti da lontano, penso che tutti loro amano la terra e che per la terra vivono, e penso che di eventi come questo, in cui l’Italia sembra davvero unita, dovrebbero essercene più spesso.

Poi arrivano i politici. Perdo interesse, lo ammetto, e mi stacco cominciando a gironzolare fra i padiglioni. Sarò sincera con voi, mi sembra di essere in un luna park e quello che vedo non mi piace. Tutto è brillantinato e fatiscente. Cerco un posto per mangiare qualcosa di particolare, e invece vedo solo cartelli in cui compaiono prezzi di sandwich, hamburger, patatine, e l’immancabile “M” arrotondata di McDonald. Giro un bel po’ e non riesco a trovare nulla, troppo grande forse, e non riesco ad orientarmi bene. Alla fine opto per un toast orribile servito da giovani spenti e svogliati. Pazienza. Torno da Carlo e Gianni, ed insieme cominciamo a visitare dei padiglioni. Le lunghe code, anche di un’ora e mezza, rendono le attese snervanti e quello che si vede all’interno mi lascia spesso perplessa. Guardo l’albero della vita, e mi sembra che sprigioni tutto fuorché vita. Anche lui mi sembra la giostra di un luna park. Probabilmente sono troppo “out” per queste cose… cerco comunque di avere un atteggiamento positivo e la buona compagnia mi aiuta; tra l’altro, mi porto ancora dentro le emozioni della mattina:)

Sono quasi le due e decidiamo di fare pranzo. Gianni vede una sedia-trottola e torna bambino. E’ così divertente che non resisto e gli scatto una foto. Poi bevo un fantastico vino del Molise accompagnato da un po’ meno fantastico cibo. Mi avvicino alla ragazza che mi ha servito il vino chiedendo il prezzo della bottiglia. Mentre si allontana sento una voce che mi dice: “conosco io un buon vino da farti assaggiare!” E’ più invitante del lupo di Cappuccetto Rosso o del Gatto e della Volpe di Pinocchio. Un attimo dopo mi ritrovo seduta a bere un altro fantastico rosso a un tavolo con due allevatori friulani, Roberto e Arduino. Il vino mi rallegra e la loro compagnia ancor di più. Gianni e Carlo mi scovano e si uniscono a noi. Evvai! Ora si che si ragiona! Si parla di piante, animali, montagne, erbe e vino, ovviamente. Finita la bottiglia, decidiamo di alzarci per non finire stesi ubriachi perchè con i friulani non si scherza, ma credo che rivedrò presto Roberto e Arduino perché mi hanno promesso di portarmi nelle loro montagne a raccogliere del radicchio selvatico.

Riprendo il giro rinvigorita. Le code ai grandi padiglioni sono eccessive, perciò decidiamo di concentrarci su quelli regionali. ‘Andiamo’ in Sardegna e, mentre annuso estasiata delle piantine di elicriso, comincio a chiacchierare con dei sardi che mi invitano ad andare a trovarli nella loro magica isola. Era proprio buono quel vino:) Poi facciamo un salto in Sicilia, e incontro Mario, di Palermo, a cui racconto dei miei legami con la Sicilia (mia mamma era siciliana). Un po’ ci emozioniamo tutti e due, e ci lasciamo con un invito a Palermo… credo che ci andrò.

Intanto si è fatto tardi, sono quasi le sette ed è ora di rientrare. Torniamo al pullman. Siamo tutti piuttosto stanchi e non vedo l’ora di stendermi sul letto.

Verso le otto e mezza arriviamo al capannone da cui siamo partiti. Una luce è accesa. Sento delle risate e due voci che parlano in dialetto piemontese. Ci avviciniamo al tavolo dove abbiamo bevuto il caffé al mattino. Le due voci appartengono a Mario, padre di Carlo, e Franco, un suo amico di Castiglione, anche lui appassionato coltivatore. Stanno bevendo vino da un bottiglione e mangiando salame. Tempo un minuto e ci uniamo al simpatico duetto:) La stanchezza passa in un secondo. Mario improvvisa una cenetta che mi lascia senza parole. Non so da dove, spuntano delle bistecche enormi e un risotto cucinato con vero brodo di carne: favoloso. Poi tre bottiglie di rosso: il primo interessante, il secondo terribile e il terzo buono. Finito il vino è il turno della grappa e poi del caffè, corretto con grappa, ovviamente. Tante le chiacchiere, un po’ in piemontese e un po’ in italiano, risate spontanee e di cuore. Comprendo che quello che sto vivendo è speciale… Si fa tardi, ed è tempo di andare a casa prima di trovarmi stesa a dormire su una balla di fieno. Li saluto e questi fantastici ‘cuntadin’ mi lasciano con tre zucche giganti nel baule della macchina e la promessa di trovarsi presto per cucinare insieme del cous cous alla trapanese… non mancherò.

Qui, fuori dal capannone dove tutto è cominciato, mi trovo a pensare nuovamente che no, proprio non serve andare sino in Africa per vivere un’avventura, basta un atteggiamento aperto e un bel po’ di vino, più una scusa per uscire di casa. L’Expo, una sagra o una degustazione… scegliete voi!

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